Il Dente del Lupo, meraviglia d'Appennino

Una via di tre tiri con una corda da 30m, un ambiente imponente e isolato, una roccia marcia e fredda: il Dente del Lupo resterà per me la cima appenninica più adrenalica, la più incredibilmente appagante. Non ho mai dubitato di volerne calcare la cima, ma non credevo che riuscire a raggiungerla mi avrebbe dato così tanta soddisfazione, una emozione così grande. A freddo mi rendo conto che quando vai aldilà del trekking ma non sei un climber navigato, è impossibile prefigurarti quello che ti aspetta per la prima volta. E forse per questo è stato così bello: era assolutamente nuovo ed ha messo alla prova ogni cellula cerebrale e ogni fibra del mio corpo.

Già dall’avvicinamento la giornata si preannuncia fantastica. Da Fonte Vetica le due ore e mezza per raggiungere Forchetta di Penne ci portano sul versante nord del Gran Sasso, sotto la cresta fra Tremoggia e Camicia: un versante completamente diverso da quello che dà verso Campo Imperatore, scosceso e severo. Il cielo non è sgombro, ma sappiamo che fino alle 11 non pioverà, e per questo ci siamo mossi molto presto. La traccetta che seguiamo non è propriamente un sentiero, ma è abbastanza evidente e comoda. Muovendoci veloci verso ovest in breve arriviamo all’affaccio verso la nostra destinazione: il Dente del Lupo svetta come un enorme canino all’orizzonte, sullo sfondo di un cielo grigio che per un attimo lascia spazio al sole. Non c’è un’anima viva oltre a noi tre, eccetto qualche camoscio beato. Fra un canalino e l’altro proseguiamo al margine della neve che ha da pochissimo lasciato sgombro il passaggio, superiamo il famoso Gravone e raggiungiamo la base del ripido canale che raggiunge la Forchetta. È vero, da lontano sembrava più ripido di quel che è, quasi impossibile da salire, ma non è che in effetti non sia una grande fatica. Meno male che non c’è il sole, perché esposto com’è proprio ad est sarebbe stato una fornace anche di mattina presto. Alle 9.25 siamo in cima, già pieni di un panorama incredibile. Ci prepariamo per l’obiettivo, check dei materiali, due parole di incoraggiamento e via.

Per raggiungere l’attacco della via di salita al Dente dalla Forchetta di Penne ci si abbassa un po’ verso destra. La traccia passa su pietroni e sassi da superare con passo leggero e deciso e dopo una cinquantina di metri gira a destra verso un canalino nascosto riconoscibile dalla corda fissa lasciata in parete. Si raggiunge quest’ultima inerpicandosi fra lo sfasciume e da li inizia la salita vera e propria. Giorgio si prepara a salire da primo, io e Flavio ci leghiamo a distanza ravvicinata per cercare di minimizzare i danni in caso di caduta sassi. Il vento è poco riparati come siamo, niente sole, qualche nuvola che comincia a salire dal basso. I miei compagni sono già stati su questa montagna e hanno valutato che due corde da 30m possono andar bene; ne conseguono due tiri, il primo fino alla metà della salita, il secondo dalla metà alla vetta. Nessuno dei due è facile perché attaccarsi alla roccia ha sempre un certo grado di rischio marcia com’è. Ma Giorgio è grandioso e pur non essendo un arrampicatore, raggiunge la prima sosta per farci sicura e consentire anche a me e Flavio di procedere col primo passaggio. Ogni tanto cade robetta dall’alto e io stessa salendo ne smuovo un po’, ma siamo preparati e ci ripariamo. Raggiungiamo Giorgio che ha attrezzato la sosta su una sporgenza utile e cerchiamo con lo sguardo lo spit che costituisce la vera sosta: è Flavio a trovarlo, poco più a sinistra, e ragioniamo di non mancarlo in discesa per usarlo per la seconda doppia che faremo.

Qui l’unica incertezza della giornata: sentiamo qualche minuta goccia di pioggia e sono io a dire che se vogliamo tornare indietro va bene. La prospettiva di trovarsi sotto l’acqua appesi su una parete che è già franosa di suo non mi alletta e non voglio esporre nè me né altri a rischi per salire una cima su cui si può ritornare. Ci guardiamo, valutiamo il da farsi, ma la titubanza dura un attimo. Giorgio riparte deciso per il secondo tiro e passa sul tratto più dritto della salita. Seguirlo non è affatto facile…. Come cavolo è passato qui, mi chiedo più volte? La fatica è notevole, ma non c’è il tempo per soffermarsi troppo a cercare la presa più giusta; per salire faccio uso di ogni movimento mi divenga utile, anche se tecnicamente si potrebbe fare di meglio. In più non è facile per me e Flavio muoverci velocemente perché siamo legati vicini e dobbiamo muoverci, per così dire, in coppia. Alla seconda sosta c’è Giorgio ben piazzato che ci aspetta; mi dà il tempo di allongiarmi e respirare un attimo e poi mi dice: vai avanti tu ora. Io sono così concentrata a salire che, complice anche la nebbia tutt’intorno, non mi rendo conto che la salita è praticamente finita. Alzo la testa per fare gli ultimi passi e vedo l’omino di vetta! Siamo in cima, è fatta!

Mi viene un moto dell’animo e mi si apre un sorriso che la bocca quasi non contiene. Provo una grandissima gratitudine per i miei due compagni di salita, il mio compagno di vita e di avventura, Giorgio, la mia guida personale come lo definiscono alcuni amici, e Flavio, infaticabile e cocciuto amico che con tutte le ginocchia malandate si è regalato una seconda volta qui. La cima non è larga, ci muoviamo con circospezione per qualche foto e poi ci prepariamo a scendere in doppia. Il tempo tiene ancora, ma non ci conviene tergiversare troppo, tanto più che il panorama è precluso. Effettuiamo le calate in doppia: Flavio, io, Giorgio; Io, Flavio, Giorgio. Alla seconda calata di Giorgio che chiude la “ritirata” viene giù di tutto, ma per fortuna Flavio ed io ci siamo posizionati fuori tiro.

Riguadagniamo la Forchetta di Penne nel vento e non ci fermiamo nemmeno li: tolto l’imbrago risaliamo un ripido canalino erboso alla volta della cresta del Camicia, con l’obiettivo di scendere a Fonte Vetica senza percorrere a ritroso il percorso del mattino. Alle 13.10 siamo in cresta fuori da pericoli e difficoltà e finalmente, dopo 6 ore ininterrotte, facciamo una pausa per mangiare.

Il morale è alto e anche se ora per Flavio arriva il momento fisicamente più duro – la discesa, ci rilassiamo e riposiamo quel tanto che basta prima di rimetterci in marcia.
La pioggia arriva, ma arriva che stiamo aprendo la macchina, un tempismo eccezionale!

Grandi Giorgio e Flavio, grazie per avermi accompagnato in questa avventura!

12 giugno 2016

Qualche foto https://plus.google.com/u/0/107227964787318170546/posts/gEBFeXUnKpU?pid=6295948901607977570&oid=107227964787318170546&authkey=CODJsdquz5mETA


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